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domenica 19 febbraio 2012
"Canto l'infelicità italiana". Intervista a PIERPAOLO CAPOVILLA (Teatro degli Orrori)
C'è un gruppo rock nella scena indipendente italiana che può permettersi di citare il poeta Majakovskij e l'attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa nelle sue canzoni e allo stesso tempo fare da anni il tutto esaurito ai concerti.
Si chiama Il teatro degli orrori, esplicito rimando al teatro della crudeltà di Antonine Artaud, e la sua mente, nonché l'autore delle liriche è un personaggio fuori dal comune, Pierpaolo Capovilla.
Quarantacinquenne veneziano, dall'aria vissuta e gli occhi glaciali, dopo un discreto seguito negli anni '90 col suo primo gruppo, One dimensional man, ha raggiunto il successo nel mondo dell'indie rock con il secondo album del Teatro degli orrori, A sangue freddo, nel 2009. Ma solo un anno fa ha deciso di lasciare il lavoro di cameriere in un ristorante di Venezia. Non è l'unica stranezza di un maudit che vive la musica come strumento politico e poetico, ma poi alle urne sceglie il riformismo un po' grigio del Partito democratico. E che si diverte a dedicare un velenoso verso ad Asor Rosa nel suo nuovo album Il mondo nuovo.
State per pubblicare un concept album sui migranti. Una scelta insolita...
Credo che la questione dei migranti siano oggi il paradigma della società in cui viviamo. Attraverso le storie dei migranti, parlo di noi, dell'Italia. Mi interessa il lato più intimo, più privato, proprio perché voglio toccare la parte più viva e trovare quello di me che c'è nell'altro.
Il privato è politico anche nella musica?
Io ho sempre interpretato il mio mestiere come un mestiere profondamente politico. Il nostro è un disco di lotta, che ha alla base in concetto di uguaglianza. Parlare di migranti oggi in Italia è come mettere il dito nella piaga dei pregiudizi, della xenofobia e dell'egoismo di questo paese, dopo vent'anni di edonismo berlusconiano.
Riecco lo spettro di Silvio.
Non è solo colpa sua, c'è anche una classe politica pessima e una società civile che si gira dall'altra parte.
Oggi in Italia è raro che un gruppo rock faccia testi esplicitamente politici.
É vero, soprattutto nel settore musicale mainstream, ma nella scena indipendente sta crescendo una certa attenzione alla critica sociale. Cito un nome per tutti, Vasco Brondi delle Luci della centrale elettrica. Sono convinto che si possa fare musica leggera, perché il rock essendo popolare e di largo consumo rientra nella musica leggera, contribuendo alla rimodulazione dell'immaginario collettivo, che oggi è forse la categoria politica più importante. Da lì partire per cambiare le cose.
I tuoi pezzi strabordano di citazioni.
La mia ambizione più grande è provare a mettere un po' di poesia nella musica rock. Nel disco ho inserito citazioni in maniera sistematica, quasi strategica, dei grandi lirici del '900. in particolare del poco conosciuto Stratanovskij, del grande Esenin e di Brodskij, che tanto amava l'Italia e che è seppellito nella mia Venezia.
Le metti per fare il figo?
La funzione di tutte queste citazioni è quella di voler divulgare la cultura. Può far sorridere, ma io ce l'ho veramente questa vocazione, e considero la cultura molto più importante di tanti altri aspetti. Poi c'è da dire che queste citazioni subiscono nei miei pezzi una potente manipolazione e ricontestualizzazione che le trascina nel “qui e ora” e ne fa implodere o esplodere il significato. Credo nessuno si rivolterà nella tomba.
Citi soprattutto poeti.
Amo la poesia. Sono convinto che sia il fulcro di tante cose, quello che si avvicina più alla verità, anche se so bene che le verità sono tante e non si lasciano mai inquadrare.
E infatti lo scorso anno hai portato in giro un reading su Majakovskij. Come hanno reagito i ventenni che non lo conoscevano?
Il successo della tournè su Majakovskij è stato sorprendente. Al teatro di Perugia siamo riusciti a far commuovere le vecchiette, a Napoli lo abbiamo fatto in un parcheggio a due passi da Scampia. E poi abbiamo girato anche nei centri sociali. Al Conchetta di Milano il pubblico è rimasto in un silenzio religioso per un'ora e venti, la durata dello spettacolo.
Nelle tue canzoni c'è sempre una tensione verso qualcosa che manca. Si può dire che i tuoi dischi sono in questo senso “utopici”?
L'utopia è stata e può essere una grande forma del progresso, ma in un certo senso il nostro disco è anche distopico, per citare Huxley. E cioè è vero che un mondo migliore è possibile, ma un mondo peggiore è oggi infinitamente più probabile.
Il pezzo Rivendico sembra il manifesto della tua poetica. Il ritornello dice “rivendico l'amore”. Mischi spesso parole intime a termini politici.
Ma il rapporto d'amore tra un uomo e una donna, o tra un uomo e un uomo e una donna e una donna, che cos'è se non un rapporto sociale? In questi rapporti intimi si esprimono ingiustizie, frustrazioni vissute a livello sociale. Io li uso come espediente per parlare d'altro.
E spesso le storie di cui parli raccontano di persone schiacciate dal lavoro, che fanno una vita che non è la loro.
L'infelicità diffusa è esattamente ciò che viviamo in Italia.
Tu sei quello che normalmente si definisce un “animale da palco”.
A me interessa il concerto nella sua evenemenzialità, come evento. Viviamo nella società dello spettacolo dove, per dirla con Debord, lo spettacolo è la più raffinata delle merci. Ma per come la vedo io, un concerto non è una rappresentazione, ma un momento di vita in cui la mia esistenza resuscita, in cui amo e mi sento vivo. E credo che riguardi anche quelli che vengono a vederci e partecipano ad un momento in cui sentirsi finalmente vivi. Poi tornano a casa davanti alla tv, in fabbrica a menar bulloni o in ufficio a far di conto, ed è lì che crepano minuto per minuto, giorno per giorno, attraverso la routinizzazione che rende la vita insulsa.
Per i tuoi detrattori sei uno che si prende troppo sul serio.
Io mi prendo sul serio nella misura in cui credo in quello che faccio. La dimensione artistica diventa cultura soprattutto nella dimensione letteraria. Dopodiché, lo so che sono un clown, mi sento un pagliaccio, del resto ho più di quarant'anni e sto ancora sul palco a fare il rockettaro.
Nella scena indipendente italiana, sei uno dei pochi che non punta tutto sulla carta dell'autoironia, come fanno ad esempio Dente e Brunori Sas, che mi fanno pensare un po' alla generazione dei trentenni che scherza su tutto e si dimentica di agire.
È vero che nel mio lavoro manca l'ironia, preferisco il dramma e la tragedia. Dente è un ragazzo intelligentissimo, che fa del disimpegno la sua bandiera, però io non la penso così. Quello che veniva definito cantautorato fino alla metà degli anni '80, erano canzoni popolari, d'amore, con parole forti, legate intimamente alla realtà sociale. E questo loro lo cercavano, lo volevano. Io spero che il nostro lavoro possa in qualche maniera inserirsi in quella tradizione, pur nel rinnovamento.
Che ne pensi dei movimenti degli ultimi anni, soprattutto di quelli che adottano forme di protesta violente, come nel caso del 15 ottobre a Roma?
Stavo leggendo un bellissimo libro del filosofo sloveno Slavoj Žižek, La violenza invisibile, in cui lui distingue la violenza in soggettiva, oggettiva e simbolica. Quella soggettiva è quella che io individuo posso esercitare nei confronti di un altro. L'oggettiva è quella dello stato, che impone un sistema basato sullo sfruttamento e sulla repressione. Quella simbolica è la violenza veicolata dai media. In questo momento specialmente, la violenza fa parte della nostra società, quindi io non me la sento di biasimare un ragazzo che viene colpito da questa violenza e preso dalla rabbia spacca tutto. A questo si aggiunga una seconda riflessione...
Quale?
Spesso si sente dire dai politici, “i giovani si sono disaffezionati alla politica, e per questo poi fanno casino”. Ma dietro i cappucci neri dei black block ci sono sin troppo spesso persone che la politica la vivono ogni giorni, ci sono i compagni dei centri sociali, come qui a Venezia, che si sbattono anche con i più poveri, che le notti più fredde vanno in giro a cercare i barboni per dargli una minestra calda e offrirgli un tetto per ripararsi. Questa è politica con tutte le lettere maiuscole. C'è un tale sentimento diffuso di insoddisfazione, frustrazione e infelicità, che è inevitabile sfoci nella violenza. Se la politica non pensa alla vita delle persone, prima o poi queste si alzano e gridano.
Fai tanto il rivoluzionario ma poi sei iscritto al Pd, per molti tuoi fan è incomprensibile.
Mi sono iscritto al Pd nel 2009, sono stato trascinato da dei compagni di Venezia, e ho fatto un po' di militanza. Poi non mi sono più iscritto. A Firenze una giovane ragazza mi ha dato del fascista per questa cosa. A diciotto anni ho votato per la prima volta Pci, oggi voto Pd. Non sono uno che cambia facilmente idea.
Si, ma perché non un altro partito a sinistra?
Perché sono convinto che il Pd sia l'unico partito che possa combinare qualcosa di significativo in questo paese. Il ceto politico, anche nella sinistra radicale, ha un attaccamento eccessivo nei confronti dei piccoli privilegi. Lo si vede nelle divisioni tra comunisti in piccoli partiti, che spesso rispondono più a logiche di interessi personali e di correnti che ad altro. Solo che così finisce come Guzzanti che imita Bertinotti, divertentissimo, per cui la sinistra si divide fino a diventare una serie di zanzare che si limitano a punzecchiare. Forse sono troppo pragmatico.
Nella canzone Rivendico, metti in bocca ad Asor Rosa le parole: “non ho niente da dire, tanto nessuno, ormai nessuno mi ascolta”. Cattivo.
Ho voluto giocare, non me ne voglia Asor Rosa, che è un grande critico letterario ma anche un intellettuale vetero marxista. Nella canzone, Pasolini rappresenta il passato, la nostra coscienza civile, Žižek è il futuro, il filosofo più pericoloso dell'Occidente, come l'ha definito la stampa Usa. E Asor Rosa il presente, fatto di vetero marxisti che nessuno sta più ad ascoltare. Rappresenta il punto a cui sono gli intellettuali italiani, fermi, rigidi. Invece c'è bisogno di rinnovare il marxismo. Ma non volevo deridere Asor Rosa.
Invece nel primo singolo del nuovo album, Io cerco te, canti: “Roma Capitale, sei ripugnante, non ti sopporto più”. Questa la devi spiegare bene ai lettori romani.
Roma non è solo la capitale e l'unica vera metropoli italiana, ma è anche lo specchio della società italiana, sempre più individualista e infelice. È una frase ad effetto, che sta funzionando, tanto che qualcuno mi ha accusato di inneggiare al leghismo. Un caso di evidente analfabetismo politico. Poi è vero che Roma in sé è peggiorata, governata com'è da questi farabutti.
intervista pubblicata sul settimanale Gli Altri
martedì 19 aprile 2011
Ventimiglia, provincia di Schengen
Le cronache di questi giorni raccontano di migliaia di tunisini ammassati a Ventimiglia, in attesa di poter varcare l'agognato confine e sentirsi finalmente in terra di Francia. Sul loro passaggio, è in atto un duro braccio di ferro tra i francesi e il governo italiano.
A un certo punto, uno dei due paesi ha tirato fuori la parolina magica “Schengen”. Probabilmente è stata l'Italia per prima: “La Francia rispetti gli accordi di Schengen e lasci passare i profughi”.
Schengen, Schengen. Quando io sento questa parola penso a undici anni fa. Al dicembre di undici anni fa per la precisione. Era il 10 dicembre del 2000, e c'era un treno bloccato a Ventimiglia. Mille e cinquecento persone ferme non per un incidente sulla linea, e manco per una tormenta di neve improvvisa, ma per Schengen. O meglio, per la sospensione del trattato di Schengen. Fermo a Ventimiglia insieme agli altri mille e cinquecento, era la prima volta che sentivo parlare di quel trattato. Stavamo andando a Nizza a manifestare contro il trattato europeo che sarebbe dovuto stare alla base di una Costituzione europea. Quello che qualche giornale cominciava a chiamare il popolo di Seattle e che nel giro di sette mesi sarebbe diventato il popolo di Genova si era messo in moto, affittando un intero treno per la Francia, con l'intenzione di sabotare una carta che delineava il futuro dell'Europa unita su basi strettamente economiche. Nessun accenno ai diritti, civili e sociali.
A Nizza, chi era riuscito ad arrivare da tutta la Francia e dal resto d'Europa, aveva messo in effetti a dura prova la tenuta della piazza da parte delle forze dell'ordine.
Noi eravamo bloccati alla frontiera. Il treno, organizzato da Rifondazione comunista, nella sua fase più splendente, si chiamava Global Action Express, se non ricordo male. Tra di noi, secondo le forze dell'ordine francesi, potevano esserci pericolosi terroristi.
Avevamo marciato lungo i binari fino ad occupare la frontiera per un'intera notte. Fu lì che sentì per la prima volta suonare la pizzica che per anni avrebbe ammorbato le mie serate estive universitarie.
Di quella notte ricordo anche la bandiera di Che Guevara alzata alta sul pennone di 30 metri al posto di quella Italiana al confine con la Francia. E migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa, schierati a testuggine di fronte al tunnel che portava a Nizza, capaci di farci paura solo a guardarli.
E poi il giorno dopo i primi limoni girare tra i manifestanti un attimo prima delle cariche, e i miei primi lacrimogeni respirati durante la fuga dai manganelli.
Tornammo indietro senza un nulla di fatto, a parte qualche titolo sui giornali.
Delle battaglie del movimento di Genova tante sono state perse, ma qualche vittoria la possiamo rivendicare dieci anni dopo. A partire dall'imposizione nell'agenda mediatica e politica di parole come globalizzazione, decrescita, riscaldamento globale, annullamento del debito, consumo critico, energie rinnovabili, democrazia partecipativa.
Quella di Ventimiglia, invece, fu una sconfitta, e una delle più scottanti. Imparavamo allora come Schengen imponesse un principio sacro di libera circolazione valido solo per le merci. Per le persone, si sarebbe tornato indietro a prima di Maastricht senza batter ciglio per ogni fastidioso scricchiolio del modello liberista. Mercato, non diritti. Merci, non persone.
E oggi, clandestini, non persone. Di quella sconfitta vecchia undici anni, vedo oggi gli effetti disumani in tutta la loro potenza. E capisco appieno, quando avevo quasi scordato, il valore altissimo di quel tentativo di costruire l'Europa nuova su fondamenta chiamate diritti e non solo sui pilastri scricchiolanti dell'economia.
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