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lunedì 6 dicembre 2010

La quarta puntanta di Bradiponevrotico su Radio Fabbrica è online

  No, no, non c'è un errore nel titolo. Quella che abbiamo messo testè online è propria una "Puntanta". Perché c'è tanta roba. Stavolta abbiamo esagerato con gli argomenti per Bradiponevrotico su Radio Fabbrica: L'Aquila, Monicelli, Wikileaks, Malaconnection, Cgil e lavoro/cetriolo, studenti agitati e soprattutto....VENUS MAZINGA!

Tipo non so...volete sapere entro quando voi precari strapazzati potete far causa al datore di lavoro ingiusto e sfruttatore? 

Ascoltate la Quarta puntata di Bradiponevrotico!

 

Volete sapere alcune sensazioni sulla manifestazione del 20 novembre all'Aquila e in che condizioni abbiamo trovato la zona rossa?

Ascoltate la Quarta puntata di Bradiponevrotico!


Parliamo di mafia e malaconnessioni?

Ascoltate la Quarta puntata di Bradiponevrotico!


 Assange, il fondatore di Wikileaks, è un eroe o un terrorista?

Ascoltate la Quarta puntata di Bradiponevrotico!


Donne che sparano missili dalle tette e blogger vanagloriosi?
Ascoltate la Quarta puntanta di Bradiponevrotico!


Ps.. per scoprire come ascoltare la puntata sul vostro player (così potete mettere in pausa mentre andate in bagno), cliccate qui



lunedì 18 ottobre 2010

Laceranti Dubbi (ovvero manifestazione sì, manifestazione no)

Sabato sono andato in piazza, alla manifestazione della Fiom-Cgil. Avevo molti dubbi ma ci sono andato.
Nei mesi scorsi, leggendo degli accordi di Pomigliano e della vertenza che li ha determinati, mi sono chiesto più volte quali tra le parti in causa – la Fiat, i sindacati sottoscriventi o quelli protestanti - avesse ragione.
L’istinto mi portava a solidarizzare con gli operai. Ma quali? Quelli che l’accordo lo hanno sottoscritto o quelli che manifestano? E poi, non ho mai avuto simpatie per chi, analizzando una vertenza di questo genere, mostri di non considerare in nessun modo le ragioni dell’impresa, della loro efficienza, della necessità che hanno di competere sul mercato.
Nel caso di Pomigliano, ad esempio, come si può non vedere il problema di efficienza che avviluppa uno stabilimento che ha percentuali di assenze per malattia significativamente più alte di altri stabilimenti? E come si può ignorare che il costo per Fiat di mantenere un simile stabilimento è aggravato dalla consapevolezza che produrre in un altro paese (si è parlato di Polonia o Serbia) porterebbe ad un abbattimento dei costi del lavoro notevole?
Certo, un’azienda di tale rilievo non può fuggire all’improvviso, soprattutto se si parla di un’azienda negli anni ripetutamente aiutata dalla collettività, dallo Stato, attraverso le barriere all’entrata per i concorrenti esteri, gli incentivi all’acquisto di auto e attraverso vendite concordate di aziende dall’IRI (Alfa Romeo) nella logica dell’interesse nazionale.
Poi ci ha pensato Fiat a risolvere il mio dubbio, inserendo nella vicenda quelle forzature - quali le limitazioni arbitrarie alle assenze per malattia, il rigetto unilaterale del contratto collettivo nazionale del 2008 – che mi hanno indotto a pensare che al di la della vertenza sindacale, del futuro di quello stabilimento, ci fosse una logica ben precisa nella strategia dell’azienda italo-americana (anche questa dimensione geopolitica va presa in considerazione dopo la fusione con Chrysler).
Una logica che punta a forzare la situazione in Italia, rappresentando la vicenda di  Pomigliano come uno scontro tra modernità e anticaglia operaista novecentesca, per avere una giustificazione per andare via dal paese, senza responsabilità, anzi con l’appoggio del governo e dell’opinione pubblica.

Mi decido quindi a partecipare insieme con la Fabbrica di Nichi alla manifestazione, puntando attraverso loro a evidenziare non solo la condizione di chi vede minacciati i propri diritti (gli operai) ma anche di chi quei diritti non li ha (lavoratrici/tori atipici, precari in gergo) e forse non li avrà mai. Per di più, facendolo con una certa leggerezza, con i risciò al corteo, le interviste, la trovata delle fantapensioni per i precari. (nella foto accanto un giovane e capelluto e anonimo partecipante)
Alla fine della manifestazione, che a tratti appare nostalgica e sicuramente piuttosto incazzata, sono contento del lavoro che abbiamo fatto. Continuo a preferire di gran lunga Epifani a Landini, la logica non corporativa (almeno nelle parole) della CGIL ad un certo settarismo della FIOM ma sono contento di non esser rimasto a casa.

Happy end? Riconciliato col mondo sindacale? Manco a dirlo...


Oggi leggo un piccolo articoletto che riguarda l’accordo tra Unicredit e sindacati relativo ai 4700 esuberi previsti dalla riorganizzazione della banca. A prima vista tutto sembra normale: una prima parte degli esuberi sarà composta dalle uscite volontarie; poi si comincerà con coloro che hanno più di quarant’anni di contributi (che ci faranno ancora a lavoro?!). Bene, bravi.
Poi gli aspetti positivi dell’accordo, il frutto dolciastro che in una mediazione serve a far ingoiare la pillola, ovvero:
  «[…] la stabilizzazione a tempo indeterminato di 1.700 apprendisti e l'assunzione di 1.121 giovani. È stato ottenuto anche l'impegno dell'azienda a privilegiare le assunzioni dei figli dei dipendenti, con due vincoli legati alla laurea e alla conoscenza della lingua inglese. Unicredit non ha invece accettato l'idea di un’assunzione automatica dei figli dei propri dipendenti destinati al prepensionamento.»
Esattamente come nelle caste indiane: diventi bancario se sei figlio di bancario.

Mi cadono le braccia, non so cosa aggiungere e mi distraggo con le foto osè di corriere.it

lunedì 16 marzo 2009

L'uomo che non tolse più il cappello




E poi dicono che la TV fa male…
L’occasione è popolare: la trasmissione sul primo canale nazionale di una fiction che ha come protagonista Giuseppe Di Vittorio, bracciante e segretario generale della CGIL nel dopoguerra, pugliese di Cerignola. Nonostante su La Stampa di ieri sia stata riportato un sondaggio secondo cui il 90% dei maturandi intervistati non ha idea di chi sia, Di Vittorio è un simbolo (ed è stato un uomo) che onora la mia regione e l’Italia e che può dare un po’ di rispettabilità al ruolo sociale e politico del sindacalista, troppo spesso oggetto di violente ingiurie. Vale la pena ricordare quanti sindacalisti ogni anno vengono uccisi nel mondo (si pensi al Messico o alla Colombia) e quanto sia feroce la diffidenza nei loro confronti, in un’economia che vede come la peste le organizzazioni dei lavoratori e spinge alla loro definitiva individualizzazione. Certo, ci sono delle responsabilità da parte di sindacati e sindacalisti (corporativismo, subalternità alla politica, opportunismo individuale). Ma anche per questo è utile ripensare a Di Vittorio.

Per questo abbiamo scelto un articolo di Nichi Vendola (che da sempre cita il sindacalista pugliese nel suo pantheon, insieme a Moro, Gramsci, Don Tonino Bello, Salvemini e le mamme di Puglia), apparso su La Gazzetta del Mezzogiorno di ieri.


Peppino Di Vittorio, l’uomo che non tolse più il cappello

di Nichi Vendola

Un secolo fa. Era una Puglia aspra e feudale, abitata da una sterminata plebe rurale, abituata a vivere e a morire nel fango e nell’anonimato, come sospesa in un tempo ferocemente immobile, affamata di pane e di miracoli, educata alla soggezione verso quella casta agraria (nuova borghesia o vecchia aristocrazia) che imponeva il proprio dominio come fosse una volontà del cielo. Nelle albe primonovecentesche del Sud il lavoro era ancora servitù della gleba, nelle piazze bellissime dei nostri paesi ancora col buio si mettevano in vendita le braccia, era il mercato dei braccianti ruotante attorno a una nuova figura di organizzatore e mediatore sociale: il caporale. Il caporalato era il presidio violento del latifondo, la ronda che controllava il territorio della subordinazione coatta al padrone, il selettore capriccioso della forza-lavoro: come in un’arcaica lotteria della vita, il caporale sceglieva a suo piacimento chi lavorava e chi no. Si era esclusi perché fisicamente considerati inidonei, perché sospettati di coltivare sentimenti socialisti, o semplicemente per esaurimento dell’offerta. Non esisteva orario di lavoro, da tenebra a tenebra, da notte a notte, spesso dovendo percorrere chilometri nella terra melmosa e petrosa portandosi sulle spalle gli attrezzi agricoli. Non esisteva salario che non fosse un tozzo di pane condito con una goccia d’olio. Il lavoro era merce povera, grezza, un puro fatto biologico da consumare (e da cui farsi consumare) in solitudine, in silenzio. Un secolo fa, nella campagna poverissima di Cerignola, fu un bracciante affamato a rompere per sempre quel silenzio e a spezzare le catene di quella solitudine che occultava la struttura materiale e simbolica di una gigantesca ingiustizia. Peppino Di Vittorio, ancora fanciullo, aveva visto morire suo padre e ne aveva dovuto ereditare la fatica nei campi. Ma quel bambino sentiva il fascino della parola, coltivava una straripante voglia di conoscere e di capire, comprò quel prodigioso libro che contiene tutte le parole del mondo (un dizionario), e costruì così, nella fatica supplementare di una auto-educazione, il sentimento della propria «autonomia intellettuale». Le parole gli servirono per decifrare i codici di una società odiosamente classista, e contemporaneamente per dare voce e significato a quelle vite, a quei volti, a quei cafoni il cui destino era parso pesare quanto una foglia in autunno. Vite smarrite di un lavoro da schiavi, di gente abituata a levarsi il cappello di fronte al padrone, in segno di ancestrale rispetto, in segno di atavica obbedienza. Perché lui era il padrone, i gendarmi lo proteggevano, i caporali ne garantivano la forza economica, il clero, in cambio di laute elemosine, ne magnificava la munificenza. Di Vittorio insegnò ai braccianti di Puglia – e del mondo – a non togliersi più quel cappello, e cioè a non subire oltre all’artiglio di un odioso comando di classe anche la carezza ideologica della soggezione paternalistica. Non togliersi il cappello significa guadagnare un punto di vista autonomo, prendersi spazi di libertà, cominciare ad abitare il lavoro come una narrazione collettiva, come una dimensione sociale, come un legame di comunità. Questa storia di un secolo fa va in onda stasera e domani su Rai 1 in una bella fiction coprodotta anche dalla nostra Regione e dalla nostra Apulia Film Commission. «Pane e libertà»: un storia che dice del nostro ieri ma anche del nostro oggi. La crisi, la paura del futuro, l’angoscia della precarietà tornano, in forme nuove, a bussare alle nostre case e ci ricordano che non c’è modernità se non c’è dignità e diritti nel lavoro; che non c’è libertà che non comporti fatica e lotte e passione. Anche oggi che i braccianti parlano slavo o africano, e i nostri ragazzi tornano ad emigrare per cercare un varco di speranza, anche oggi c’è bisogno di trovare un libro che ci dica le parole, quelle che mancano, quelle che Peppino seppe trovare e che a noi mancano ancora.


15/3/2009