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mercoledì 20 maggio 2009

lunedì 30 marzo 2009

E' un mestiere di mmerda... ma qualcuno dovrà pur farlo

Questo è il paradosso dei paradossi. Uno dei pochi in Sicilia che fa informazione viene accusato di non essere un giornalista, perchè non ha il pezzo di carta..
Io propongo di usarlo come miccia per far esplodere le contraddizioni insostenibili dell'ordine dei giornalisti. Basta con la casta!
Facciamo casino più possibile attorno a sta cosa..




da www.ucuntu.org:

Pino Maniaci conduttore del Tg di Telejato, tv di Partinico (Pa), è stato rinviato a giudizio per "esercizio abusivo della professione di giornalista". La citazione diretta è stata disposta dal pubblico ministero di Palermo Paoletta Caltabellotta. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico il prossimo otto maggio. Secondo l’accusa, Maniaci, "con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso", avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato.

Pino da anni lavora a Telejato, emittente che più volte è stata minacciata, querelata e contestata da boss e notabili della zona di Partinico. L’anno scorso Maniaci era stato minacciato di morte dal figlio di un boss della famiglia Vitale.

"Hanno rinviato a giudizio Pino Maniaci per ’esercizio abusivo della professione’. Pino Maniaci - dice Riccardo Orioles, direttore responsabile di Telejato -, prima di essere un antimafioso che rischia la pelle per il suo paese, è anche uno dei migliori giornalisti d’Italia: Telejato è conosciuta in paesi in cui non sanno nemmeno cosa sia "La Sicilia" e il "Giornale di Sicilia". Come direttore responsabile di Telejato affermo che Pino Maniaci ha sempre esercitato la sua professione in maniera niente affatto abusiva ma chiara ed esemplare. Intendo - conclude Orioles - ricostruire l’iter di questa bizzarra incriminazione ed accertare in particolare se qualche collega siciliana abbia avuto parte in calunnie verso Pino Maniaci. Invito l’ordine nazionale dei giornalisti ad attivarsi con me in tal senso".


Chi è Pino Maniaci
A Partinico esiste una piccola emittente, una piccola ma grandiosa emittente, Telejato. A condurre tutta la baracca è Pino Maniaci, l’omino della Bialetti, come è descritto in un settimanale. Pino Maniaci fa giornalismo, non fa il giornalista perché è stato assunto o perché ha un contratto da conduttore. Fa giornalismo serio per missione. Una missione che a volte lo porta a rimetterci denaro, anziché guadagnarlo. La differenza tra un giornalista "impiegato" e Pino Maniaci, è che i servizi giornalistici dell’omino della Bialetti portano a conseguenze dannose a Cosa Nostra, come l’abbattimento di stalle di proprietà dei boss Vitale, utili strategicamente a Cosa Nostra. Tanto ha strepitato contro queste costruzioni, che a seguito dell’abbattimento, un gruppo di ragazzi tra cui il figlio dei Vitale non molto tempo fa, attentò alla vita del giornalista, pestandolo e stringendo a forza la carotide. Maniaci non si è fatto abbattere neanche da questo, e pur avendo prognosi di alcuni giorni di convalescenza, ha firmato per uscire dall’ospedale perché il giorno dopo aveva un impegno con i suoi ascoltatori: la conduzione del TG. La conduzione del TG di Telejato non è la conduzione di un TG qualunque. Non ci sono montatori, tecnici del suono, tecnici delle luci, operatori, cameraman e redazione. Fanno tutto in famiglia. (antonella serafini)

Di Pino Maniaci avevamo già parlato su Bradiponevrotico, qui.

martedì 11 novembre 2008

Il sapore rivoltante della violenza. Genova 2001 (*)


Nei prossimi giorni il Tribunale di Genova pronuncerà la sentenza del processo per l’irruzione alla scuola Diaz, avvenuto nella sera del 21 luglio 2001. Nel processo sono imputati 29 componenti della polizia (a tutti i livelli della scala gerarchica) con le accuse di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia.

A Genova, durante il G8, sono successi fatti gravi, gravissimi, di cui si sarebbe parlato per molto tempo se altri impensabili avvenimenti, come l’attacco alle torri gemelle di New York, non si fossero concretizzati nel giro di pochi giorni. E se non ci fosse stata una deliberata volontà ometterli, di farli passare sotto silenzio.
Questi fatti raccontano di una sospensione terribile dello stato di diritto in questo paese, sostituito dalla logica della paura, dell’odio e della violenza.
A questo punto, però, sento di dover fare una premessa.
Il nostro paese, come molti altri paesi del sud, fornisce alle forze di polizia (considerate in senso ampio) decine -forse centinaia- di persone. Chiunque tra noi conosce, ammira o detesta, persone che prestano servizio negli apparati di ordine pubblico della repubblica italiana, o semplicemente ne è parente. O ancora più semplicemente è un/a poliziotto/a. Per questo motivo, oltre che per la riconoscenza nei confronti di chi lavora per la sicurezza di tutti, chi ne parla a priori male o malissimo, definendoli ad esempio sbirri, a mio avviso sbaglia, non vedendo la fatica di queste persone e il rischio cui si sottopongono.

Ma i fatti di quei giorni urlano ancora, nel silenzio generale, e parlano di pestaggi, infiltrazioni e provocazioni, di molotov portate nella scuola dalla polizia e successivamente distrutte, di pericolose omissioni e di inquietanti bugie.

In un articolo a firma di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su Repubblica di ieri si legge un desolante bollettino di guerra: “Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio)”.

Questo bollettino di guerra non può essere un atto d’accusa nei confronti di un’istituzione intera. Ma ci servono a capire la differenza sostanziale tra l’uso della forza per preservare la legalità e la libertà e la violenza carica di odio. Quei poliziotti responsabili dei pestaggi non sono necessariamente dei violenti. Probabilmente nella loro vita non hanno mai fatto ricorso alla violenza. Ma in quelle circostanze, con un odio propagandato per mesi nei confronti dei manifestanti, con lo stress di sentirsi a loro volta sotto assedio, e con le responsabilità gravissime di chi li comandava, si sono lasciati andare ai loro peggiori sentimenti. Coscienti (o almeno così avranno pensato) che non ci sarebbe stata punizione per quei comportamenti.
La sospensione di legalità e libertà costituzionali in quei giorni a Genova ha portato queste persone a commettere quei reati contro altre persone, facendo per un istante assaporare al nostro paese il sapore rivoltante delle tante dittature del novecento. A dimostrazione che non c’è bisogno di essere un popolo violento o composto di pericolosi facinorosi per mettere in ginocchio la democrazia. Bastano persone normali, che però hanno perso ogni legame con le idee di libertà, rispetto per il dissenso e giustizia.
Per questo -e per rendere giustizia a quei poliziotti che svolgono coscientemente il proprio ruolo- è giusto non girare mai la testa dall’altra parte e far finta di non vedere.
(*) scritto per l'alambicco