lunedì 6 luglio 2009

Post post

L'uccellino mi ha detto che Brad è tornato dal Venezuela.
In ordine sparso vogliamo sapere:
Quanto ti è piaciuta Caracas?
Aneddotti di vario genere e razza?
Sei andato a controllare nei peggiori bar della città qual è effettivamente la marca di rum servita?
Quante rapine hai subito/sventato?
Quante trombate hai fatto/sventato?
Hai seguito la nuova moda venezuelana indicata nella foto?

Insomma, il blog esige il post post viaggio.

domenica 5 luglio 2009

Michale W Colletti cerca Bradipi Nevr(er)otici

Ebbene cari lettori del blog, il vecchio Cipputi ne ha combinata una bella. Insieme a un gruppo di satiri della peggio risma, ha organizzato un bella bufala mediatica ben tarata sull'italia dei magnaccia di stato.

Un finto casting per veline nei ministeri che ha fatto breccia in centinaia di giovani aspiranti e che ha conquistato i media nazionali. La Homepage di Repubblica.it per due giorni (dove viene citato anche "Bradipo nevrotico", come pseudonimo scelto da Cipputi per l'operazione) e poi Articoli su ePolis, Leggo, Libero (Cronaca romana), e tre righe sul manifesto. In più qualche radio e a detta di un'amica un tg.
Per pigrizia vi copio l'articolo di Repubblica, invece di raccontarvi tutto di prima mano (magari poi ci ritorno). E soprattutto vi invito a venire alla serata casting mercoledì 8 luglio dalle ore 20 al Beba do Samba (via dei messapi, Roma). Sarà un casting-festa in puro stile goliardico e battagliero. Non mancate. Brad e Cipputi ci saranno, of course.

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Un'agenzia romana inventa una ricerca di volti nuovi. Un manifesto improbabile
e un invito ammiccante: "Non serve diploma". Centinaia di ragazze aderiscono

"Una scorciatoia per il successo"
E molte abboccano al falso casting

L'ideatore: "Abbiamo pensato alla 'mentalità Noemi'. Non credevamo che tante
ci sarebbero cadute. Ora diventerà un gioco... E i book li manderemo al premier"
di RANIERI SALVADORINI


"Una scorciatoia per il successo" E molte abboccano al falso casting

Il manifesto apparso sui muri di Roma

ROMA - Michael W. Colletti offre una "scorciatoia" alle "belle presenze" per "entrare nel mondo che conta", così dicono i volantini che tappezzano la capitale. E la bufala satirica che fa la parodia di Berlusconi fa presa davvero, al punto che "meglio dirlo, che è solo uno scherzo".

"Claim starbiz your chance". "Non serve un diploma o una lunga carriera politica, ma solo cortesia, una faccia pulita, una piacevole presenza e, perché no, un po' di spirito d'avventura". Sullo sfondo, una ragazza seminuda, focus sul lato B, dove è impresso lo slogan: "Yes we can". E l'invito a presentarsi per un "casting", perché "possiamo offrirti una corsia preferenziale per la tua carriera". L'Agenzia di Michael W. Colletti, ha un sito Internet e una pagina Facebook, con amicizie "curiose", come la rivista di satira Frigidaire, l'umorista Diego Bianchi, o La Nuova Ecologia.

E allora facciamo amicizia. Anche perché Michael W. Colletti in fondo sente di volersi "svelare". "Era talmente grottesco il manifesto che non pensavamo che qualcuno ci potesse credere davvero" - spiega "Kajano", fumettista, uno dei ragazzi del gruppo di "satiri" che ha messo in giro la bufala. E invece centinaia di ragazze, "incuriosite" dall'idea che è "questo il momento, tra elezioni, scandali e rimescolamenti, che si aprono spazi per i volti freschi dello spettacolo italiano" hanno "bussato" al profilo fantasma di Michael, chiedendo di fare amicizia.

Il casting ci sarà davvero, mercoledì 8 luglio (al Beba Do Samba, a San Lorenzo, ore 20), e "quando me le sono raffigurate lì, magari accompagnate dalle mamme, come mi è capitato spesso di vedere per annunci assurdi, mi ha fatto molta tristezza - dice Arnald, un altro del gruppo, di cui fanno parte anche "bradipo nevrotico" e "pseudonimo"". Ma anche nomi più "noti" della satira "impegnata", come Gianpiero Caldarella. "Il nostro obiettivo - prosegue Arnald - non è certo umiliare le persone, ma evidenziare che si è perso ogni rapporto con la realtà perché il lavoro non è più pensato come qualcosa che si costruisce giorno per giorno, tutti cercano una scorciatoia".

"Qualcuno deciderà per me". Racconta Kanjano che "Noemi è stata la vera ispiratrice, è emblematica: una ragazza carina, un po' frivola e probabilmente ignorante, che crede che politica e spettacolo siano interscambiabili". Ma quello che ha colpito gli umoristi non è solo la confusione tra i due mondi, ma anche la "delega", il fatto che "fa lo stesso, perché tanto a decidere sarà Papi". Così come quelle mamme che Arnald si sarebbe imbarazzato a vedere mentre accompagnavano le figlie a farsi fotografare da Michael, "una sorta di Fabrizio Corona senza tatuaggi, un "ammanicato" sulla scia di Tarantini, uno che ha fatto una carriera veloce, il cui slogan è: "Il mio obiettivo è il tuo successo"".

Il calendario di Michael.
"Lo vedrete domenica per le strade di Roma , dice Arnald, nei luoghi simbolo della città, a fare foto a una bella modella, in costume, sfruttando la strada come set e a fare pubblicità al suo studio di Casting". Il tutto, ovviamente, sarà messo in circolazione su YouTube, ma per il momento clou si deve aspettare mercoledì, quando ci sarà il Casting. "Speriamo che le persone che verranno abbiano voglia di giocare - dice Kanjano, che però non vuol anticipare troppo - useremo gli spazi del locale, dal bancone al bagno, ma saranno soprattutto i personaggi e l'abbigliamento a parlare, attraverso lo scatto ciascuno potrà raccontare la sua storia". Spiegano i ragazzi che il book verrà poi stampato e mandato alle sedi del Governo, "a cominciare - se ci fosse il bisogno di dirlo - dal Presidente del Consiglio, ma anche alle redazioni giornalistiche che hanno omesso questa vicenda degradante o alle trasmissioni che incoraggiano le varie veline o meteorine".

Chi lo dirà a April Reyes? Una delle tante ragazze che hanno contattato Michael mostra una lattina di birra tra i seni. Ce ne sono di più sobrie, certo, ma alcune "sono talmente grottesche - va avanti Kanjano - che non puoi che leggerle come finestre su altri mondi, cose di cui nemmeno immagineresti l'esistenza". Forse, le conosceremo mercoledì. "Se verranno sul serio, non ci sono dubbi, una foto ben fatta se la sono meritata".

venerdì 26 giugno 2009

Diario Venezuelano # 4

Fabrica Santa Teresa - el primero ron de Venezuela

Visita guidata alla fabbrica, sembrava una fazenda da telenovela...

Quanto ron (dentro e fuori). La busta ne è una prova. Oltre alla guida turistica che spiegava i cicli di coltivazione della canna (da zucchero) e di distillazione, ci hanno anche fatto delle scenette in costume con la ricca e bella padrona bianca -i fondatori erano tedeschi- e lo schiavo nero-meticcio.

Gradito omaggio, un bicchiere da rum e cola piuttosto grosso, prontamente svuotato (ore 11)

martedì 23 giugno 2009

Sputeranno sulla nostra tomba


Gli amici di Ucuntu, quotidiano online dall'inferno di Catania, fatto di mafia e di tanta tanta rassegnazione, lanciano un appello. Non si parla di mignotte, nemmeno di Gomorra. E' una storia vecchia, e per questo necessita di maggiore attenzione. Ognuno, se lo sente,  faccia la sua parte...



Appello per “I Siciliani”


Dopo l’assassinio mafioso di Giuseppe Fava, il 5 gennaio 1984, i redattori de I Siciliani scelsero di non sbandarsi, di te nere aperto il giornale e di portare avanti per molti anni la cooperativa giornalisti ca fon data dal loro direttore, affrontando un tem po di sacrifici durissimi in nome della lotta alla mafia e della libera informazio ne. Anni di rischi personali, di sti pendi (mai) pagati, di solitudine istitu zionale (non una pagina di pubblici tà per cinque anni!)


22 giugno 2009, di Redazione 

 


Oggi, a un quarto di secolo dalla morte di Fava, alcuni di loro (Graziella Proto, Ele na Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri allora del CdA della cooperativa) rischiano di per dere le loro case per il puntiglio di una sentenza di fal­limento che si presenta - venticinque anni dopo - a reclamare il dovuto sui po veri de biti della cooperati­va. Il precetto di pignoramento è stato già no tificato, senza curarsi d’attendere nemme no la sentenza d’appello. Per pa radosso, il creditore principale, l’Ircac, è un ente re gionale disciolto da anni.

E’ chiaro che non si tratta di vicende perso nali: la redazione de I Siciliani in que gli anni rappresentò molto di più che se stes sa, in un contesto estremamente dif ficile e rischioso. Da soli, quei giovani giornalisti diedero voce udibile e forte alla Sicilia onesta, alle decine di migliaia di siciliani che non si rassegnavano a convivere con la mafia. Il loro torto fu quello di non dar spazio al dolore per la morte del direttore, di non chiudere il giornale, di non accetta re facili e comodi ripieghi professionali ma di andare avanti. Quel torto di coerenza, per il tri­bunale fal limentare vale oggi quasi cen tomila euro, tra interessi, more e spese. Centomila euro che la giustizia catanese, con imbarazzan te ostinazione, pretende adesso di incassa re per mano degli uffi ciali giudiziari.

Ci saranno momenti e luoghi per appro fondire questa vicenda, per scrutarne ra gioni e meccanismi che a noi sfuggono. Adesso c’è da salvare le nostre case: già pi gnorate. Una di queste, per la cronaca, è quella in cui nacque Giuseppe Fava e che adesso, ereditata dai figli, è già finita sotto i sigilli. Un modo per affiancare al prezzo della morte anche quello della beffa. La Fondazione Giuseppe Fava ha aper to un conto corrente (che trovate in bas so) e una sottoscrizione: vi chiediamo di darci il vostro contribuito e di far girare questa ri chiesta. Altrimenti sarà un’altra malinconi ca vittoria della mafia su chi i mafiosi e i loro amici ha continuato a combatterli per un quarto di secolo.

Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza, Graziella Proto, Lillo Venezia

I bonifici vanno fatti sul cc della "Fonda zione Giuseppe Fava" Credito Siciliano, ag. di Cannizzaro, 95021 Acicastello (CT) iban: IT22A0301926122000000557524 causale di ogni bonifico: per "I Siciliani"

lunedì 22 giugno 2009

Diario Venezuelano # 3


Notizie di costume tropicale
Il primo giorno in Venezuela un signore italiano di lunga esperienza latino-americana (lavorativa e non solo a sentir lui) ci ha rivelato il primo e il secondo segreto del Venezuela.

Ci trovavamo in un bar per il pranzo, di fronte ad un elaboratissimo piatto di carne, riso, banana fritta, avocado e altri ingredienti imprecisati quando ha ordinato da bere un beverone a base di frullato misto di frutta esotica, rivelandoci il primo segreto: “In Venezuela si beve poco il vino. O si prende un juco de fruta o il whisky allungato con hielo (ghiaccio, onnipresente) e acqua. Gli uomini soprattutto sono grandi consumatori di whisky, quasi quanto le donne lo sono del silicone”. Risata generale, tranne per l’unica donna presente al tavolo.
Pensavo si trattasse di una battuta, peraltro scontata in ambienti pesantemente maschilisti e spacconi come quello degli expat delle grandi aziende, soprattutto in paesi esotico-tropicali.

Col passare delle ore, ma soprattutto delle donne davanti ai miei occhi, ho capito che non era una battuta ma la pura verità. Per Caracas almeno la metà delle donne che si vedono in giro –ed il conto è largamente prudenziale- sfoggiano delle poppe atomiche degne di Venus, l’amica di Mazinga che sparava le tette come missili. Una roba esagerata, che prescinde o quasi dalla condizione economica e dall’età. Sembra che un intervento costi intorno ai 1500 dollari, per cui molte se lo possono permettere.
Una ragazza venezuelana che abbiamo conosciuto in ufficio (che non sembra coinvolta nella questione) ci ha rivelato un particolare significativo: è usanza diffusa che la famiglia regali alle figlie per i 15 anni un bel paio di tette spaziali, prima ancora di sapere, data l’età, se la pargola ne avrà “bisogno” o se ci avrà pensato madre natura. Così, per portarsi avanti col lavoro e non correre il rischio.
Come pacifiche portaerei con tutto l’arsenale puntato sul mondo, queste donne si aggirano per la città orgogliose, soprattutto degli sguardi attoniti di noi italiani d’esportazione e dell’umanità varia presente.
I venezuelani maschi invece sembrano più impegnati a dimostrare la propria virilità maneggiando armi improprie, quali carte di credito (per i ricchi) o pistole da far west (per i poveri). Entrambi accompagnati –e qui risiede l’unità del paese- da ron o whisky allungato con ghiaccio.


P.S. l’amica Marzipana, che contemporaneamente si trova in Bolivia, mi ha spiegato che in tutto il sudamerica si attribuisce molta importanza al compimento dei 15 anni delle donne, perché rappresenta il raggiungimento della maturità sessuale, della fertilità. Be', allora è tutto chiaro!

(Continua)

giovedì 18 giugno 2009

Diario Venezuelano # 2



Caracas




L’arrivo a Caracas ha un impatto forte indotto da quell che vedi nel tragitto. Non hai l’impressione di arrivare in un altro mondo. Non avverti lo spaesamento di chi è sorpreso nel guardarsi attorno, nel vedere le persone e i paesaggi. Eppure lo avverti subito di essere un corpo estraneo.

A Caracas, come in tutto il mondo ci sono i quartieri ricchi e i barrios popolarissimi. Ci sono i fuoristrada e le fiat palio modificate o le macchine giappo-americane. L’impressione è di vedere una società che aspira a diventare ricca e occidentale ma a modo suo, con i propri simboli e le proprie metastasi. Il disordine, la violenza minacciata si palpano. A Caracas, che conta più di 5 milioni di abitanti si possono arrivare a contare 500 omicidi in un mese.

Da quando sono arrivato non ho fatto altro che pensare a cosa son venuto a fare. Ho sempre sperato di venire in sudamerica ma mai mi sarei aspettato di venirci da alieno, da prigioniero nella gabbia dorata di un albergo di lusso. Il divano da dove vi scrivo è nel soggiornino della mia piccola suite che comprende anche un bagno e una stanza da letto con due letti matrimoniali. Per farci cosa? Boh.

L’impressione ricorrente è di essere un po’ fuori posto in questo angolo coloniale del XXI secolo ma probabilmente è un sentimento autoconsolatorio, un po’ ipocrita.
La speranza di venire nelle americhe del sud per conoscere i popoli più meticci che esistano in questo mondo e cantare con loro era forse un po’ troppo ingenua e classificabile tra le utopie semi-adolescenziali. Mangiare l’avocado a colazione con i suonatori di arpa, però, mi fa un po’ sorridere quasi fosse uno scherzo architettato scientificamente.

Per passare dall’aeroporto alla città bisogna scalare e superare delle montagne. Caracas è coperta da queste montagne nella sua downtown, mentre si estende su di esse nel presepio di slum baraccati cresciuti senza senso apparente. Quelle sono le zone proibite, la zona rossa nella quale nessuno yanqui o presunto tale si può avvicinare. Chissà come si vive lì.
Devo riuscire a stabilire un contatto con persone del posto, magari negli ascensori o alle macchinette del caffè in ufficio, che sono come in Italia ma con un caffè letale.

Tra Chacoa e Las Mercedes invece ci sono le imponenti torri degli uffici. E i ristoranti. E il parco del golf e gli alberghi. Il mondo in cui si aggirano gli spaesati internazionali, fino a quando Chavez non deciderà (se mai lo farà) di trasformare definitivamente la Repubblica Bolivariana nella nuova avanguardia del socialismo. Tra gli occidentali si fa troppa ironia su Hugo Chavez Freite, con colpevole superficialità. Ci si burla dei suoi modi, delle trasmissioni-fiume sulle televisioni nazionali (fino a sei sette ore di monologo in diretta, lo giuro), ma non si fa lo sforzo di capire il perché del grande seguito di cui gode tra la popolazione. Non ho simpatie per lui, in fondo sta preparando il campo alla propria dittatura personale più che al socialismo. Ma vale la pena cercare di capire se anche lui destinato ad un inevitabile senilità da Autunno del Patriarca;o se c’è qualcosa di duraturo in questa semi-democrazia popolare e populista.
Nel frattempo, centinaia di muri della città e lungo le strade sono stati votati alla propaganda chavista mentre le televisioni si esercitano i gare di fedeltà assoluta al presidente.
Per ora quindi non ci ho capito molto di questa città, ve ne sarete accorti. Spero solo di non ripartire tra qualche settimana con l’impressione di aver perso un’occasione.

(Continua)

P.S. la valigia è arrivata ieri, senza problemi. Ho scongiurato il rischio importare in Italia la famosa biancheria intima venezuelana…

mercoledì 17 giugno 2009

Lisbon Story



Lisbona non sarà il Venezuela, ma anche Cipputi durante lo scorso fine settimana ha mosso il culo ed è andato in terra portoghese per qualche giorno.
Io e il compare Aspà siamo finiti in uno degli ostelli migliori d'Europa, secondo il Times, e in effetti era un posto bellissimo, e la sera ci siamo ritrovati ad uscire con lo staff, cuoco incluso, e una trentinta di ospiti.
Lisbona in quei giorni era in festa per Sant'Antonio, patrono della città. Sant'Antonio di Padova, cari i miei sapientoni, infatti è di Lisbona. Si si, è nato lì. E ogni anno la notte tra il 12 eil 13 giugno il quartiere popolare dell'Alfama (una specie di quartieri spagnoli più contorti e senza occasionali ammazzatine) si riempie di persone fino al mattino, che ballano al ritmo di improvvisati sonud system, e gli angoli di strada sono inondati dal fumo e dall'odore delle sardine alla brace, cucinate ovunque.
A Lisbona ci ho fatto l'Erasmus, nel 2001. Nove mesi di onirica scoperta. Tornavo per la prima volta dopo otto anni.
E' stato sorprendente, girando per le strade, accorgermi di come i ricordi mi assalissero. Angoli di strada, portoni, locali, marciapiedi, mi raccontavano di pezzi di vita che avevo perso chissà dove, chissà come. Addirittura passando davanti a una bettola, mi sono ricordato cosa avevo mangiato l'unica volta che ci ero entrato: baccalà con ceci. Poi mi ero sentito male, ma forse non era il baccalà, forse ero io.
Ho anche incontrato un amico spagnolo che aveva fatto l'erasmus con me e dopo ha deciso di restare a Lisbona. Era identico a otto anni prima. Magro e senza capelli. Io: ingrassato e senza più la testa rapata di un tempo. Abbiamo parlato del passato e tanto di presente. Del francese Victor e dell'austriaca Diana, che si sono messi insieme a Lisbona durate quell'anno e l'anno scorso, a cena da Augusto a Trastevere, mi hanno annunciato che aspettavano un bambino. Figlio dell'erasmus. Mentre le storielle diventano figli, i legami eterni scivolano giù per i lavandini e si perdono in mare. A volte va così la vita.
Dentro un tram elettrico, il famoso "28" di legno ed epoche gloriose, che attraversa il centro di Lisbona, ho trovato dei cantanti di Fado, suonando e intonando. Gli avventori del mezzo cantavano in coro il ritornello. Noi turisti facevamo foto. Ho pensato che le tarantelle degli altri sono sempre più verdi.
Al ritorno abbiamo passato una notte all'aeroporto di Malpensa. Dato che era impossibile dormire ho attaccato bottone con una ragazza spagnola vicino a me. Abbiamo parlato tutta la notte nel silenzio squallido della sala d'attesa, mentre le macchinette per lavare i pavimenti passavano avanti e indietro come bisonti assonnati.
Però non è finita come in quel film Hollywoodiano dove lui e lei parlano e parlano e arrivata l'alba si baciano e fanno l'amore. Anche perché tra le prime cose che mi ha detto lei, c'era il giudizio sui ragazzi italiani che pensano che "solo perchè hai voglia di parlare con loro, ci vuoi andare a letto". Io ho sorriso come per dire "maddai! Esiste gentaglia così? Ma davverodavvero??" e ho continuato a guardare le sue foto scattare al concerto di Lenny Kravitz.
La ragazza aveva due enormi valigioni. Tornava nelle Canarie dopo nove mesi di erasmus a Rimini (si lo so, neanch'io sapevo che esistesse un'università in quel postaccio). Era il suo viaggio di ritorno. Mi sono rivisto in lei che tornavo in Italia (di spalle che partivo, direbbe Fda). E mi è sembrato che in quest'ultimo viaggio di qualche giorno sono andato a incontrare il mio passato.
Pezzi del mio passato frullati e bevuti. I migliori, of course. Che i peggiori li ho ancora incastrati tra i denti.