
I vizi, più o meno tutti i vizi, danno alcune piccole soddisfazioni ma preparano l’incombente arrivo di spiacevoli imprevisti. Per questo bisognerebbe emanciparsi dall’incubo delle passioni, come cantava Franco B., sapendo che queste altro non sono che le sorelle nobili e fighette dei viziacci.
Lunedì sera. Serata meteorologicamente incerta, come ormai siamo abituati a sopportare in quel pisciaturo che è diventata la capitale. Nonostante ciò, il tabagismo (vizio dannosissimo indotto dal cinema, con le pose di Humphrey Bogart e Clark Gable) mi spinge a uscire dalla mia tana bradipa, con il compito di andare a comprare le sigarette al distributore automatico. Nel momento in cui prendo la decisione comincia a piovere. “Sei sicuro?” mi chiede il sergente maggiore senza troppa convinzione, visto che prendo anche le sue Winston Churchill Blue. “Sì” rispondo, incurante.
Arrivo al portone di casa e la pioggia sembra aumentare. L’abbigliamento è approssimativo, da dopo-cena casalingo: tutone imitazione fruit-of-the-loom con cavallo molto basso, comprato al mercato di Siena un mercoledì del primo anno d’università; scarpe da ginnastica alla Michael J. Fox di Ritorno al futuro, maglione regalo natalizio di ex ragazza. Ombrello, che ve lo dico a fare?, scalcagnato, stortigliato, comprato per due euro all’uscita della metro. La pioggia si intensifica, il tutone si inzuppa e io rido pensando alla scena fantozziana di cui sono protagonista. Ma non è pioggia: il tempo di arrivare all’angolo della strada ed il rumore delle gocce si trasforma in un ticchettìo sul polietilene dell’ombrello. La grandine si riversa sulla mia testa e, forse, sulla città. Penso che mancano solo le cavallette e la morte dei primogeniti maschi per sentirmi protagonista di un remake de “I dieci comandamenti” con Charlton Heston-Mosè. Le auto per strada si fermano, i motorini si riparano ma io proseguo stoico nel percorrere quei duecento metri che mi separano dalla grande T. Arrivo al distributore. L’ombrello, che reggo col mento per evitare che tutti i soldi mi cadano nella serranda, si piega e si spezza. Ci metto un quarto d’ora perché ho tutti pezzi da 10-20-50 centesimi. Fatto. Gamel e Winston Churchill. Tlac, tlin.
È ridiventata pioggia e mi incammino verso casa mentre schiaccio coi piedi i chicchi di grandine depositata sull’asfalto, con lo stesso rumore di Indiana Jones mentre schiaccia gli insetti nel passaggio segreto del tempio indiano.
Penso alle schiavitù cui siamo soggiogati, per esempio il fumo. La pioggia rallenta fino quasi a scomparire quanto più mi avvicino al portone di casa. Penso che fumerò una sigaretta ma decido di affrettarmi a varcare il portone di casa, prima che il dio incas della pioggia (anti-tabagista radicale e pedante) scopra le mie intenzioni e mi punisca nuovamente con un tifone, un tornado o un assalto di testimoni di geova. Mentre salgo un tuono in lontananza somiglia molto ad una sarcastica risata.
Lunedì sera. Serata meteorologicamente incerta, come ormai siamo abituati a sopportare in quel pisciaturo che è diventata la capitale. Nonostante ciò, il tabagismo (vizio dannosissimo indotto dal cinema, con le pose di Humphrey Bogart e Clark Gable) mi spinge a uscire dalla mia tana bradipa, con il compito di andare a comprare le sigarette al distributore automatico. Nel momento in cui prendo la decisione comincia a piovere. “Sei sicuro?” mi chiede il sergente maggiore senza troppa convinzione, visto che prendo anche le sue Winston Churchill Blue. “Sì” rispondo, incurante.
Arrivo al portone di casa e la pioggia sembra aumentare. L’abbigliamento è approssimativo, da dopo-cena casalingo: tutone imitazione fruit-of-the-loom con cavallo molto basso, comprato al mercato di Siena un mercoledì del primo anno d’università; scarpe da ginnastica alla Michael J. Fox di Ritorno al futuro, maglione regalo natalizio di ex ragazza. Ombrello, che ve lo dico a fare?, scalcagnato, stortigliato, comprato per due euro all’uscita della metro. La pioggia si intensifica, il tutone si inzuppa e io rido pensando alla scena fantozziana di cui sono protagonista. Ma non è pioggia: il tempo di arrivare all’angolo della strada ed il rumore delle gocce si trasforma in un ticchettìo sul polietilene dell’ombrello. La grandine si riversa sulla mia testa e, forse, sulla città. Penso che mancano solo le cavallette e la morte dei primogeniti maschi per sentirmi protagonista di un remake de “I dieci comandamenti” con Charlton Heston-Mosè. Le auto per strada si fermano, i motorini si riparano ma io proseguo stoico nel percorrere quei duecento metri che mi separano dalla grande T. Arrivo al distributore. L’ombrello, che reggo col mento per evitare che tutti i soldi mi cadano nella serranda, si piega e si spezza. Ci metto un quarto d’ora perché ho tutti pezzi da 10-20-50 centesimi. Fatto. Gamel e Winston Churchill. Tlac, tlin.
È ridiventata pioggia e mi incammino verso casa mentre schiaccio coi piedi i chicchi di grandine depositata sull’asfalto, con lo stesso rumore di Indiana Jones mentre schiaccia gli insetti nel passaggio segreto del tempio indiano.
Penso alle schiavitù cui siamo soggiogati, per esempio il fumo. La pioggia rallenta fino quasi a scomparire quanto più mi avvicino al portone di casa. Penso che fumerò una sigaretta ma decido di affrettarmi a varcare il portone di casa, prima che il dio incas della pioggia (anti-tabagista radicale e pedante) scopra le mie intenzioni e mi punisca nuovamente con un tifone, un tornado o un assalto di testimoni di geova. Mentre salgo un tuono in lontananza somiglia molto ad una sarcastica risata.
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