venerdì 5 dicembre 2008

SaviAMO? (Sull'ipocrisia dell'antimafia delle petizioni)



La solidarietà allo scrittore Roberto Saviano continua e si moltiplica.
Io sto con Saviano, Saviano amico mio, Siamo tutti Saviano, Saviano sono io.
Manca solo SaviAMO, ma sono sicuro che tra non molto qualche sensibile creativo dell'interland milanese tirerà fuori anche questo slogan.
Cosa è che non mi convince di tutta questa solidarietà che cade a valanga su Saviano?
Non la storia che "lui è già famoso, diamo appoggio ai tanti che lottano contro la mafia nell'ombra", come se il successo fosse un premio, o anche solo un fattore considerevole, nella dialettica che contrappone legalità a illegalità, conformismo a resistenza civile.
Questa melassa di solidarietà non mi convince per un motivo che tra l'altro non ha nulla a che vedere con Saviano, che di questa situazione non ha nessuna colpa.

Il fatto è che rendere una persona un simbolo, un idolo, è il modo peggiore per starle vicina. Gli idoli per definizione sono soli, destinati a una solitudine perenne, causata dall'inconciliabile situazione di asimmetria nei rapporti personali.
Senza voler accostare un buono scrittore al figlio di Dio, faccio un esempio terra terra:
Prima di morire, nell'orto dei Getsemani, Gesù Cristo, attorniato dai suoi discepoli, si sente solo.
Perché è l'unico che andrà morire in croce il giorno dopo, certo. Ma soprattutto perché solo lui ha avuto il coraggio della testimonianza totale. Gli altri, incapaci di rischiare tutto per un'idea, si sono accontentati di accomodarsi un passo dietro e dichiararsi fedeli, seguaci, fan, subordinati. Quale vicinanza può esserci tra un idolo e un idolatra? Se non posso chiamare "stronzo" Saviano, quando fa lo stronzo... di che vicinanza mai posso parlare?
C'è un'altra questione, poi, che mi lascia molto perplesso riguardo agli atteggiamenti della società civile italiana nei confronti di Saviano.
Fare di un uomo normale, nato e cresciuto nella stessa realtà di chiunque altro, un essere speciale, straordinario, quasi un alieno, è un modo sottile di impacchettare le proprie responsabilità e abbandonarle su una barca alla deriva.

Io sto con Saviano significa Saviano mi rappresenta, la sua lotta è la mia. Ma lui la fa meglio. Quindi, ci pensa lui, anche perché è evidente che certe cose tocca farle a persone straordinarie come lui, persone che il caso fa nascere col contagoccie. E io sfortunatamente sono nato normale, posso solo appoggiare Saviano, comprare i suoi libri, firmare le sue petizioni, guardarlo in tv quando fa un'intervista, indignarmi quando non riceve un riconoscimento meritato. O meno ipocritamente sarebbe giusto dire: ma lui si è già inguaiato, io ancora no. (E non lo sarò mai).

Appoggiare Saviano significa tradire la sua lotta. Almeno quando lo si fa in una maniera fanatica degna di una groupie di rock band (Sarà un caso che il faccione di Saviano Campeggia sulla copertina dell'ultimo numero di Rolling Stone?).
E poi, cosa triste ma vera: gli idoli prima o poi vengono bruciati (in questo caso intendiamo solo metaforicamente). Per stanchezza, per noia, per mettere a tacere le proprie contraddizioni.
O perché semplicemente... a un certo punto la festa deve finire e bisogna tornare a occuparsi di cose serie.

3 commenti:

Francesco ha detto...

Mi viene in mente un pezzo dei CSI in cui Ferretti canta
"Non fare di me un idolo mi brucerò,
se divento un megafono m'incepperò,
cosa fare non fare non lo so,
quando dove perché riguarda solo me...:"

Eppure, parlare di lui, poteva servire a rinchiuderlo in una prigione "comunicativa" che lo garantisse.
Parliamo di lui, teniamo accesi i riflettori così "non avranno modo di fargli del male".
E' una strategia che nell'anticamorra, e nell'antimafia, abbiamo visto applicata più volte; spesso si sono portate alla luce storie di donne ed uomini convinti che così il "pubblico" potesse fare da garante; potesse tenere d'occhio.

Ovvio, però, che tutto questi si confonda, si intecci, e si perda nella civiltà del "pubblico" ad ogni costo, quella di individui che trovano una propria collocazione solo nell'immedesimamento con qualcuno.
Ho sentito anche molte persone, qui in toscana, parlare di camorra (senza capirci molto) ma senza considerarla, per una volta, "cosa altra, cosa vostra"; e parlo di gente da coop, da bar, da trattoria.

Detto questo però sono daccordo sull'identificazione idolo/caprio espiatorio.
Bisogna raccontare che Saviano è uno dei tanti, qualche volta dei "troppo pochi", ma comunque dei tanti che utilizza i propri strumenti per un'anticamorra ordinaaria e quotidiana.

Bisogna passare dallo straordinario all'ordinario, hai ragione; e questa la fase da affrontare oggi.

Ma in Italia, l'ordinarietà, è in tutti i campi il vero problema.
Capire, ad esempio, il grado di parentela che c'è tra chi chiede il pizzo, e chi raccomanda suo figlio, o chi pratica il voto di convenienza, sarebbe un passo sostanziale.

Comunque. Che pure su facebook la gente crei club "pro.saviano" da proio il polso della degenerazione.

Miguel ha detto...

bel post. sono tanto d'accordo. e ben scritto.
saluti

Pietro ha detto...

La riflessione è di spessore e di qualità e su questo non c'è nessun dubbio.
Il paragone cristologico poi è azzeccatissimo.
Ma non sono d'accordo su una cosa. Saviano è il primo colpevole del fanatismo dilagante.
La sua fenomenologia grezza e triviale apologizzando il martirio subito e il vigore messianico della propria nobile lotta, non può far altro che creare neoplasie mediatiche.
Saviano ricalca perfettamente l'epica del redentore e con i suoi racconti traccia contorni narrativi ormai noti a chi va in chiesa e a chi ha letto Propp.
Il fanatismo? Solo l'effetto collaterale del suo divismo cristologico e la risposta all'esigenza contemporanea di generazioni che hanno ancora bisogno di credere in Dio anche se Dio è morto.